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Paese
mio, ti ho sempre amato e tenuto presente, ne sono rimasto indifferente
alle eventuali trasformazioni o problemi cittadini. Quanti ricordi
rimangono nella mia memoria! Il ricordo per il mio paese è
sempre vivo. Piccolo di statura, irrequieto e svelto, giravo e correvo
su e giù per i vicoli, le piazze e viuzze del mio paese: case
tinteggiate di calce rosa, celesti, bianche e verde acqua; cunicoli
e archi soleggiati dal caldo d'estate rendeva tipica e bella la sua
architettura semplice e lineare. Nell'oscura notte poi, i piccoli
fanali a petrolio li illuminava e li rendeva con ombre e fioche luci,
scenografico sino alle prime ore del giorno. Che silenzio...... qualche
passo cadenzato sui lastroni di pietra dura annunciavano il mattino
e la gente al lavoro. Mio paese, quanto eri bello! Sei ancora bello.
Quanti vicoli deturpati, quanti piccoli e grandi balconi e mensole
scomparse, quanti cortili abbandonati. Da lungo tempo è prevalso
su di te, piccolo paese, non la tutela delle cose ambientali ma la
scomparsa delle cose naturali artistiche.
Quanti
ricordi! La percorrevo su e giù senza mai stancarmi, dall'alto
scorgevo in lungo e in largo tanti paesi vicini, piccoli e grandi,
ma non più belli.
Non hanno
mai compreso che progresso è anche conservazione del passato
e soprattutto conoscenza del passato e non distruzione di ciò
che è vecchio. Progresso è aggiornarsi al nuovo, ma
sempre in armonia con le superate, l'una e le altre fanno storia,
fonderli senza disunire una equilibrata armonia e far bello il tutto,
ciò è progresso. Il lungo mio cammino e l'innumerevoli
ostacoli per un vivere semplice e modesto mi hanno tenuto lontano
da tè, mio paese, per molti anni. Oggi, un pò stanco
ti sono vicino, isolato, ma col pensiero legato ai piccoli ricordi.
Ti lasciai a quattordici anni per frequentare la scuola d'arte di
Lecce, anni molto duri, non privi di rinunce, i sacrifici per me e
per la mia famiglia, poi i lunghi quattro anni di corsi a Firenze.
Sostenuto
moralmente da poche persone del paese, le stesse spinsero e incoraggiarono
i miei genitori a farmi studiare arte per ever notato in me una faciloneria
a riprodurre e ingrandire disegni. Le possibiltà economiche
erano molto modeste, con molti, ma molti sacrifici, i miei genitori
riuscirono a farmi frequentare la scuola d'arte.
Una piccola
valigia di legno, poca biancheria personale. Il solo vestito che indossavo
in parte consumato costituiva il mio guardaroba: le difficoltà
economiche mi obbligarono a cenare caffè e latte tutte le sere
e pasti da fame a mezzogiorno. Non mi mancarono amici di condizioni
economiche molto buone, ma il mio carattere sostenuto non rivelò
mai la mia fame e i miei duri sacrifici anche quando, e succedeva
frequentemente, la sera assistevo alla loro cena a cui generosamente
mi invitavano a partecipare. Finiti i corsi di studio a Firenze intrapresi
la via del lavoro più sicura a vivere e a far vivere la mia
famiglia: la scuola. Decisi di fare l'insegnante di materie artistiche
fuori dall'affetto familiare per lunghi anni.
Vita inquieta
e movimentata, non priva di qualche successo e qualche riconoscimento,
al non facile impegno come pittore ed educatore. Fu l'entusiasmo della
giovane età che mi spinse a partecipare a mostre, a partire
dal 1930, Quadriennale di Roma, maggio di Bari, Golfo La Spezia. Premio
Avezzano.
Fu proprio
una di queste mostre, la Intersindacale di Roma del 1933 che mi procurò
una delle prime soddisfazioni.
C'era il pericolo di rimanere senza insegnamento nell'anno scolastico
1935-1936 e decisi di avventurarmi a Roma presso il Ministero della
Pubblica Istruzione per parlare con il funzionario dal quale dipendeva
il mio incarico. All'ingresso mi si para contro un gigante baffuto
con molti galloni e mi blocca: "Ehi! Lei dove và ?",
io piccolo di statura, timido ed inesperto, accennai a spiegare: "Su,
nell'ufficio del commendator.... " E quello, prima che finissi
la frase: "Alle 10,30!" All'ora stabilita mi fu consentito
di passare sino all'anticamera del commendatore.
Rannicchiato sulla panca del corridoio adiacente alla porta del comm.
Mastropasqua, capo divisione dell'Ispettorato Artistico, aspettai
il mio turno frastornato dal timore di rimanere senza cattedra e,
naturalmente, senza stipendio.
Giunto
il mio turno, fu lo stesso funzionario che si fece sull'uscio: "Prego,
professor Gabrieli si accomodi. Come sta? In che cosa posso esserle
utile? Come va la sua scuola a Sulmona?". Questa inattesa accoglienza
da parte di un funzionario che non avevo mai visto prima mi incoraggiò
ad esporre la mia situazione e le preoccupazioni che mi avevano spinto
a chiedere il colloquio. Ottenni una rassicurante promessa che fu
puntualmente mantenuta. Al momento di congedarmi mi disse che all'Intersindacale
di Roma aveva visto ed ammirato due miei quadri e, in un articolo,
ne aveva anche scritto in termini elogiativi. Quella conversazione
fu per me vitale e ricchissima di umanità.
Franco Silvestri, è rimasto il critico più fedele dell'Artista
Salentino, coglieva acutamente una delle principali caratteristiche
della sua pittura nell'attenzione rivolta al dato paesaggistico. "Un
senso acutissimo della composizione e del taglio, un equilibrio di
valori cromatici che non lascia mai adito ad arbitrarie soluzioni
o inframmettenze, nato com'è ai fini di una creazione di rapporti
tonali e quindi di atmosfera un vigore di disegno che costituisce
una delle più pregevoli caratteristiche".
"Più
gli anni passano e più riconosco che dipingere non è
facile. Mi spiego meglio: dipingere è facile perché
tutti oggi dipingono. Fare dell'arte non è facile. Essa è
componente essenziale per fare storia ed è per questo che mi
spaventa dipingere. Mi spaventano i critici, i cultori d'arte, i mercanti,
gli intenditori, i collezionisti. Ho paura di non operare nel tempo,
di essere accusato di faciloneria, di accademismo, di cose già
viste e superate. Vorrei che nella mia pittura vi fossero espressioni
e pensieri di un mondo nuovo, di cose e luoghi nuovi, per gente di
oggi e di domani.... Vorrei restare nel tempo, come testimone della
mia capacità di sentire e di vedere il mondo! E pensare sulle
cose presenti e future, su ciò che si vede e si vive, su ciò
che si ama e si odia, senza allontanarsi dal presente o falsare la
realtà; dire delle cose nuove con semplicità e serrata
essenzialità, senza perdere nulla del soggetto."
II vecchio maestro (mai aveva detto di sé tanto e con tanta
commossa intensità) prosegue: "Questa paura mi ha tenuto
lontano dai critici, la paura che non mi capissero, che mi distogliessero
dalla mia strada. Perciò sono stato lontano dalle polemiche.
Abituato ad insegnare temevo l'insegnamento degli altri che non potevo
riconoscere come "maestri" ma solo come interpreti. Neanche
oggi sono sereno, anche se sono libero da occupazioni di responsabilità.
Sono inquieto e vivo in un clima di avversità e dedico tutto
il mio tempo a questo colloquio solitario con la mia terra, la Puglia
che amo. Le grandi macchie di terra e di pietre, i grandi vigneti,
gli olivi secolari scontorti mi posseggono. Le case tinteggiate di
calce bianca, rosa, celeste e rosso mi fermano nella meditazione e
nel tentativo di comprendere attraverso il colore il mondo e la natura
della mia terra e l'uomo che la vive. Uomini e donne ossute, color
terra di siena, che tornano stanchi negli accesi tramonti, mi spingono
a comprendere meglio le difficoltà di vivere e operare. Così,
la nuvola che passa e si disperde, la pietra che affiora sulla terra
arida, il palo della luce o del telegrafo sono la sigla ed il segno
espressionistico della mia pittura. Con questa mia confessione non
intendo mettermi in una prospettiva culturale e storica. Voglio soltanto
documentare la partecipazione della mia pittura nell'ambiente e nel
tempo in cui ho lavorato. Se non sempre sono stato compreso, ho dato
ragione agli altri pensando di non essere stato sufficientemente chiaro
nel mio intento e nei risultati". |
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